L’EREDITÀ D’ACCIAIO E IL DECLINO DELL’USA E GETTA. BREVE RIFLESSIONE SULL’IDENTITÀ PERDUTA DEL MADE IN ITALY

 


C’è un rumore che le nuove generazioni non conoscono: è il ronzio pieno, vibrante e rassicurante di un motore a induzione degli anni ’50. Nelle case di chi ha saputo conservare il passato, capita ancora di trovare un ventilatore Ercole Marelli, modello O-304. Dopo settant’anni, girando l’interruttore, le pale fendono l’aria con la stessa precisione del primo giorno. Non è un miracolo ma è il risultato di una filosofia costruttiva che vedeva nell'oggetto un investimento per la vita, un simbolo di ingegno e solidità.

L'amara riflessione sulla qualità odierna mi è piombata addosso proprio negli appena trascorsi giorni di festa. Immaginatevi una scena con pile di piatti e bicchieri che si accumulano in cucina e, proprio nel momento del massimo bisogno, la nostra lavastoviglie - un acquisto di nemmeno sei anni fa, che consideravamo ancora "nuovo" - che ha deciso di abbandonarci.

Con il display spento ed il silenzio di un elettrodomestico defunto nel bel mezzo della festa mi sono visto costretto a chiamare un tecnico con urgenza, sperando in un piccolo guasto riparabile e la sua risposta è stata una doccia fredda: "È partita la scheda elettronica". Ma il colpo di grazia è arrivato subito dopo perchè facendo due conti, tra pezzo di ricambio originale e manodopera, la spesa avrebbe toccato i 3/4 del valore di una macchina nuova. "Non ne vale la pena," mi ha detto con sconfortante onestà. "Se vuoi un consiglio, oggi per avere affidabilità devi puntare su una tedesca perchè questi marchi di fascia economica sono fatti per essere sostituiti e non riparati."

Questo episodio mette ancora una volta a nudo la perversione del mercato contemporaneo, siamo passati dal ventilatore Marelli, un manufatto di ghisa e rame riparabile con un semplice cacciavite e una goccia d'olio, a macchine progettate per il fallimento. Il consiglio del tecnico non è solo un parere professionale ma è la conferma di una deriva industriale dove l'obsolescenza non si può più considrare un incidente ma diventa quasi un elemento di design.

E mentre il vecchio Marelli di mio nonno gira da sette decenni senza battere ciglio, la mia lavastoviglie moderna è diventata un rifiuto speciale in meno di 2.200 giorni. Si è dolorosamente insidiata in me la consapevolezza che le aziende non vendono più un servizio o una durata ma vendono un ciclo di sostituzione continua, scaricando sui consumatori e sull'ambiente il costo di componenti elettroniche volutamente fragili e irreparabili.

L'Italia ha pagato un prezzo altissimo sull'altare della globalizzazione. Un tempo, il distretto degli elettrodomestici era il cuore pulsante del nostro sistema industriale; marchi come Indesit, Ariston o Candy non erano solo nomi, ma garanzie di una qualità che tutto il mondo ci invidiava ma con l'avvento dei mercati globali abbiamo assistito a uno svuotamento sistematico dove le proprietà sono passate a multinazionali straniere e la produzione è stata delocalizzata nei Paesi in cui la manodopera costa meno e i materiali possono essere più scadenti.

Il risultato è una perdita di identità e di sovranità tecnologica. E quando un tecnico italiano suggerisce un prodotto tedesco per trovare serietà, significa che abbiamo smarrito il DNA della nostra industria, abbiamo barattato l'eccellenza artigianale con una competizione al ribasso sui prezzi, perdendo quella classe media di prodotti che erano il pilastro del benessere nazionale.

C'è poi un'ipocrisia di fondo che non può essere ignorata e che mi fa imbestialire: quella ambientale. In un'epoca che si professa "green" e attenta all'ecologia, il fatto che sia economicamente svantaggioso riparare un elettrodomestico di sei anni è un crimine contro il pianeta. Produrre una nuova lavastoviglie richiede energia, estrazione di metalli e trasporti transoceanici, mentre il vecchio Marelli continua a consumare solo la poca corrente necessaria a far girare le sue pale eterne.

La vera sostenibilità era quella dei nostri nonni che acquistavano un oggetto e lo tramandavano ai figli, mentre la "transizione ecologica" odierna sembra invece una scusa per venderci nuovi prodotti con etichette di classe energetica superiore ma con una vita media così breve da annullare qualsiasi risparmio di risorse nel lungo periodo.

In conclusione, guardare il nostro ventilatore Ercole Marelli oggi non è solo un esercizio di nostalgia ma un atto di resistenza civile. Quel ventilatore rappresenta un'Italia che credeva nel futuro perché costruiva cose solide, un'Italia che non temeva il tempo perché sapeva dominarlo con la qualità dei materiali e la precisione del montaggio. 

Dovremmo tornare a pretendere che gli oggetti che abitano le nostre case abbiano un'anima e una storia, rifiutando la logica del "nuovo a ogni costo" e forse è giunto il momento di smettere di inseguire il risparmio immediato per riscoprire il valore dell'investimento a lungo termine prima che la nostra intera economia e la nostra identità si trasformino definitivamente in una scheda elettronica bruciata che non conviene più riparare.





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