FUTURO NAZIONALE E ROMA - ALCUNE RIFLESSIONI FRA SOCIOLOGIA E VITA QUOTIDIANA

                    

Ipotizziamo che Futuro Nazionale, il nuovo progetto politico del Generale Roberto Vannacci, fosse al governo dell’Urbe. Da cittadino romano che vive e respira quotidianamente il caos meraviglioso e terribile di Roma, guardo spesso alla nostra città come a un organismo stanco, quasi rassegnato alla sua stessa decadenza.

Analizzare il manifesto di “Futuro Nazionale” non sarà per me quindi un mero esercizio accademico, ma una necessità per chi, come noi, attraversa ogni giorno il raccordo anulare o cammina tra le bellezze ferite del centro. Il progetto di Roberto Vannacci non si presenta come un timido programma elettorale ma come un'offensiva culturale che punta tutto sull'esistenzialismo politico, usando parole pesanti come "sangue", "vitalità" e "orgoglio" per scuotere quella che il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies definirebbe una società ormai sfilacciata e priva di centro. Se provassimo a immaginare, in via naturalmente ipotetica, una Roma governata da questo movimento, il cambiamento più profondo non sarebbe solo normativo, ma psicologico: passeremmo dalla gestione rassegnata dell'emergenza alla celebrazione della potenza.


Da un punto di vista sociologico, vedremmo l'applicazione di uno "Stato Etico Locale" dove la città smette di essere un erogatore di servizi neutri per diventare un ente che educa, premia e protegge. Ecco, io immagino che in questa visione, il decoro urbano e la gestione dei rifiuti non sarebbero più semplici voci di bilancio, ma diventerebbero questioni di onore verso la Capitale. Un'azienda come l'AMA verrebbe probabilmente trasformata in una struttura quasi paramilitare per efficienza e disciplina, dove la pulizia dei quartieri non dipenderebbe più solo dai turni sindacali, ma dal rispetto per la "progenie" e per la bellezza nazionale.

Il degrado, dalle scritte vandaliche agli insediamenti abusivi, verrebbe poi rimosso non per spirito punitivo ma perché considerato un segno di debolezza vitale incompatibile con la grandezza storica romana. Lo stesso principio di "eccellenza" andrebbe a scontrarsi frontalmente con il sistema dei trasporti e delle infrastrutture. Immaginare la gestione di ATAC sotto questa lente significa ipotizzare una rivoluzione meritocratica dove il talento tecnico viene esaltato e la burocrazia tagliata con un colpo di scure.

Per chi lavora a Roma, questo significherebbe cantieri per la manutenzione stradale aperti h24 con l'obiettivo del risultato certo, eliminando quella sensazione di perenne provvisorietà che affligge il nostro asfalto. La mobilità non sarebbe pensata per assecondare ideologie esterne bensì per permettere al cittadino di produrre e muoversi con la massima velocità e orgoglio, premiando così l'efficienza come prova della superiorità della visione nazionale.

Sul fronte della sicurezza nei quartieri, la mutazione sarebbe poi ancora più radicale, passando dal controllo remoto alla presenza fisica e identitaria. Piazze che oggi percepiamo come terra di nessuno diventerebbero zone presidiate non solo dalle pattuglie, ma da una politica di incentivi per le attività commerciali storiche che agirebbero come naturali presidi del territorio.

La difesa legittima invocata nel manifesto si tradurrebbe in una città dove il malintenzionato percepisce un ambiente ostile creato da una cittadinanza fiera e anche l'ambiente verrebbe sottratto all'astrazione green per essere ricondotto a una dimensione di cura pratica e quasi "domestica": i parchi curati come giardini monumentali e il Tevere valorizzato come simbolo di potenza, vedendo l'ecologia non come un limite allo sviluppo, ma come la manutenzione necessaria del giardino di casa nostra.

Vivere a Roma insegna un cinismo protettivo ma questo manifesto sfiderebbe proprio quel disincanto, proponendo un modello di Destra pura che non cerca il consenso moderato ma la rottura radicale con il passato e la sfida per un progetto simile, in una città così complessa e stratificata, resterebbe dunque quella di dimostrare che il coraggio può effettivamente tradursi in una gestione amministrativa capace di far funzionare un autobus o di illuminare una via periferica.

Personalmente resto in osservazione di questo progetto e di questa ricerca di una nuova vitalità, con la speranza che questa scossa sappia davvero risvegliare il gigante. Chissà che, tra un richiamo all’onore e uno alla disciplina, non avvenga il miracolo: vedere una rivoluzione capace di superare indenne la millenaria stanchezza della Capitale, riuscendo finalmente a sfrecciare libera sul Lungotevere lasciando il traffico e l'immobilismo, solo un brutto ricordo nello specchietto retrovisore.


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